Ho fatto te!

Quante volte ci è capitato nella nostra vita di trovarci di fronte ad una donna, un uomo, un giovane sofferente, senza speranza, povero di beni e di spirito? E quante volte abbiamo chiesto al Signore il perché di tanto dolore e ingiustizia? “Perché non fai nulla, Signore?”
Eppure se provassimo per un istante a fare silenzio, a sostituire le nostra urla di sdegno con l’ascolto del nostro intimo, sentiremmo il Signore dirci: “Come non ho fatto nulla? Ho fatto te!”.
Quel “tocca a me” di fronte ai dolori del mondo, quel “io ci sto e ci metto tutto me stesso” riecheggiano ancor oggi nel cortile dell’Arsenale della Speranza a San Paolo del Brasile.
E’ l’eco silenzioso di un SI’ che si rinnova quotidianamente, il SI’ di Gianfranco, di Ivan, di Simone, di Marco, di Lorenzo, il SI’ di una Fraternità che a migliaia di chilometri da Torino si sente unita sotto lo stesso SI’ che ben vent’anni fa Ernesto ha pronunciato a nome di tutto il Sermig.
Quel SI’ tanto difficile da dire perché allargava l’orizzonte del Sermig oltre Oceano, quel SI’ che portava con sé tante incognite, paure, domande…ma era un SIpoggiato sull’amicizia intima con dom Luciano e con un’avventura che prima di tutto era ed è di Dio.
Allora lo sguardo si alza, la timidezza diventa coraggio, le maniche si rimboccano per costruire relazioni prima che muri. Diventare brasiliani, essere brasiliani con e per i brasiliani è il segreto di questa casa; nella lingua, nei modi di fare e di pensare, nel cibo e nella mente…e allora le distanze scompaiono, il povero diventa ricco di attenzioni e di stupore per qualcuno che lo chiama per nome, che lo tratta da pari, accogliere diventa uno stile di vita che intimamente fa diventare tutti parte di una grande famiglia.

Ogni giorno circa 1.200 persone varcano il grande portone dell’Arsenale della Speranza, una casa che a fine ‘800 ha accolto milioni di persone (oltre un milione di italiani) alla ricerca di un futuro per sé e per la propria famiglia e che oggi è diventata rifugio e casa per chi ha come alternativa la strada.
Un portone da cui passano tante storie di violenza, di povertà, di abusi, di dipendenze da droga e alcol, di disperazione e di abbandono: eppure, aldilà del portone e delle alte mura perimetrali, li accoglie un vialetto di ciotoli con un prato verde, alberi verdeggianti, un laghetto e un grande muro a scalini con la scritta “a bontade desarma”; un muro “doppio” che si legge sia entrando che uscendo, perché la bontà è nulla se rimane solo tra queste mura.
E poi stanze da letto colorate e ordinate, una grande mensa dove il cibo è selezionato e curato, una biblioteca dove la cultura e la conoscenza diventano strumento di riscatto sociale, un centro medico, laboratori di pasticcere, di panettiere, di muratore per dare una possibilità lavorativa, una scuola per imparare a leggere, a scrivere, a far di conto, una lavanderia, sale di aggregazione e di gioco…una città nella città dove si respira aria di nuovo, di pulito, di bello.

E’ proprio questo il segreto: di fronte a chi vive il dramma della solitudine e della povertà, della violenza e della dipendenza come si può creare speranza e fiducia in sé stesso e nel futuro? Investendo sulla persona, sul riscatto che ognuno può avere nella propria vita se capisce che c’è qualcosa di più bello, di più vero, di più ricco: occorre riempire il vuoto che molti hanno nella propria anima seppellito sotto paradisi artificiali, senza giudicarlo o condannarlo, mostrandogli che il bene può abitare in lui, che ne vale la pena, con severità, pazienza e amore. 

E ancora una volta, come già all’Arsenale della Pace di Torino, capisco che quel “tocca a me” vale per tutti noi, quel poco che io posso fare va fatto con coraggio e costanza, i doni che il Signore ha seminato in me possono fiorire solo se diventano carezza per qualcuno, aiuto concreto per chi è nel bisogno, speranza per i giovani che incontro; è un SI’ da covare nell’intimo, un SI che non può essere estemporaneo, non può accusare gli altri, un SI’ che vive di luce riflessa; un SI che ognuno di noi, io per primo, siamo chiamati a dire e vivere nella nostra quotidianità…allora davvero “lo stupore busserà alle porte della storia”.

Massimo

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